Spesso il medico decide per prevenire problemi legali
GRAVIDANZE A TERMINE
Parti cesarei e parti naturali
Ecco le ragioni di una scelta
Spesso il medico decide per prevenire problemi legali
In Italia una mamma su quattro partorisce con il parto cesareo. I dati nazionali (Agenas) mostrano come il nostro Paese sia in controtendenza rispetto al resto d’Europa, con una percentuale media nazionale che arriva al 38,43%.
Nella Regione Lazio la media è addirittura maggiore e si arriva al 44%per cento delle nascite con taglio cesareo (Agenzia sanitaria Pubblica Regionale) : come mai? Secondo le statistiche e la testimonianza dei medici stessi, la neo-mamma viene sottoposta all’operazione, che è più invasiva del parto naturale, per ragioni che esulano dal «rischio di vita del feto o della mamma», dettate dalla deontologia medica. Una struttura sovraffollata o poco attrezzata incoraggia il medico a applicare la via meno rischiosa, anche per prevenire problemi professionali: «Nella scelta del tipo di parto entrano anche ragioni di difesa medico legale – spiega il Professor Fabrizio De Gado, responsabile Unità diagnosi Prenatale Umberto I di Roma – in una società che va purtroppo verso una professione americanizzata, in cui tutto passa attraverso il legale della paziente. Meglio a quel punto prevenire ogni minimo rischio, e portare a compimento la gravidanza, scegliendo forse non sempre la via più conveniente per la paziente, ma per la protezione medico legale della propria professionalità e di quella della struttura ospedaliera».
Infatti per partorire in sicurezza, il travaglio dovrebbe essere monitorato minuto per minuto: « In sala parto sono necessari, anzi, indispensabili, un ecografo per diagnosticare eventuali mal posizionamenti, o dei danni al livello della placenta. Il cardiotocografo poi è un’apparecchiatura che serve a monitorare continuamente il travaglio e che deve essere dedicato ad ogni donna, perché non è possibile che quest’apparecchiatura, se c’è un’emergenza, faccia il giro delle basiliche» prosegue De Gado. Dello stesso avviso anche il primario del Policlinico Casilino, Prof Piermichele Paolillo, dove è morto circa un mese fa il piccolo Jacopo «E’ sempre meglio un parto cesareo in più - spiega Piermichele Paolillo – che un bambino con lesioni celebrali dovute al trauma post- parto». Ma le ragioni che spingono al cesareo, aldilà dalle strette necessità mediche, non sono finite: il professionista chiamato a prendere la decisione, deve tenere conto anche dell’aspetto «produttivo» dell’azienda ospedaliera. «C’è un ennesimo aspetto – prosegue De Gado – che rema a favore del cesareo nelle strutture ospedaliere: è l’aspetto della produzione, valutata dal dirigente sulla scorta della vecchia legge Bindi: alla fine dell’anno la produzione medica, ed il suo valore, vengono quantificati secondo un criterio economico. Viene per così dire monetizzata. E questo è importante per un fatto di carriera, al fine di mantenere la posizione dirigenziale nell’unità operativa. Ecco perché si ha un occhio di riguardo per quelle prestazioni che rendono di più. E il cesareo, essendo un intervento, rientra tra quelle, rispetto al parto naturale. Occorre – conclude – quanto meno parificare il valore economico riconosciuto alla struttura ospedaliera, rivalutando economicamente il parto spontaneo, così da parificare l’interesse economico-aziendale dei due tipi di parti, il cesareo e il naturale».
Per partorire naturalmente, la degenza media post-parto è di tre giorni. Mentre la mamma che ha subito un cesareo rimane in ospedale per cinque. Costi che vengono normalmente rimborsati alla struttura, a cui si aggiungono le voci connesse all’operazione: l’anestesia, “iniezione di anestetico nel canale vertebrale” – 103,29 e, e l’operazione, “incisione dei tessuti molli, e la rimozione dei corpi estranei sotto il controllo scopico”. (tariffario DPCA n. 45 del 31/05/2010 pubblicato nel sito Regione Lazio). Tanto è vero che, se si controlla la documentazione ospedaliera, ci si rende conto come spesso i cesarei vengano programmati anche settimane prima della conclusione dei 9 mesi previsti per la gravidanza. La decisione tra parto naturale e cesareo dipende unicamente dal medico strutturato, ossia dal medico della struttura ospedaliera dove avviene la nascita. Anche laddove la paziente decida di farsi accompagnare da un ulteriore ginecologo od ostetrica di fiducia. Infatti, se questi non sono d’accordo, la legge attribuisce al primo completa «autonomia tecnico – professionale nell’esercizio delle loro mansioni». E contemporaneamente, la responsabilità civile e penale delle attività svolte all’interno dell’ospedale (commi 4 e 5 art. 15 del decreto legge 19.6.1999. n. 29, riforma Bindi).
Ma quando il parto cesareo non mette da subito d’accordo il medico strutturato e il professionista privato, ginecologo oppure ostetrica, e dunque non viene programmato fin dal primo momento, può comunque essere praticato d’urgenza in sala operatoria: l’esperienza mostra come normalmente la maggior parte di parti naturali vengono preceduti da un parto cosiddetto «pilotato», ossia aiutando la mamma ad iniziare il travaglio, con la somministrazione di una dose di ossitocina. Un percorso che, lungi dal portare verso il parto naturale, per la maggior parte dei casi è l’anticamera di un’operazione d’urgenza: «L’infusione di ossitocina dev’essere ben fatta, ben dosata, e monitorizzata fino a che si abbia una risposta ottimale» spiega De Gado. «Risulta infatti rischiosa quando manca la strumentazione per monitorare sia la quantità sia la durata della somministrazione, o quando il dosaggio è intempestivo. In questi casi il parto pilotato a quel punto è errato e nel 90% dei casi finisce al cesareo».







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