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“Piacere sono un po’ incinta”: nel film la fecondazione artificiale è presa alla leggera, ma il finale insegna

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Sul tema del concepimento dei figli in  provetta, non si ricordano molti film, almeno recenti. Nel 1993 era uscito “Made in America” di Richard Benjamin con Whoopy Goldberg e Ted Danson: al centro la confusione ingenerata da distrazione, fretta, ripensamenti. Il tono era tenuto volutamente leggero, niente drammi né pianti. Sulla stessa falsariga si muove un titolo di nuova distribuzione, nelle sale in questo periodo. Si intitola “Piacere sono un po’ incinta”, ma è giusto dire subito che si tratta di un titolo italiano alquanto burlesco e affrettato rispetto all’originale “The Back up Plan”. In realtà, con il titolo in italiano, cambia proprio la prospettiva dalla quale guardare la vicenda. In America si prende lo spunto iniziale come motore di tutto ciò che arriverà dopo; in Italia si coglie già il momento successivo. Per capire la differenza, seguiamo la storia. Desiderando fortemente un figlio, ma stanca di aspettare l’uomo giusto, Zoe (nella foto, a destra) decide di fare ricorso alla fecondazione artificiale. Proprio quando, a cose fatte, esce dalla clinica, le capita di salire su un taxi nello stesso momento in cui sale anche Stan (nella foto, a sinistra), uno sconosciuto. Litigata, occhiate di sbieco, qualche convenevole. Passano pochi giorni e i due si rivedono (forse non per caso) e cominciano a frequentarsi. Decisamente innamorata, e quasi sicura di essere ricambiata, Zoe comincia a credere che il tanto atteso uomo giusto sia arrivato. Ma come fare a dirgli che è già incinta? Equivoci, molte parole fuori posto, ripicche e fraintendimenti si succedono prima che Stan riesca a convincere Zoe sia di essere ben disposto verso il nascituro (anzi, due), sia di volerla al più presto sposare.
A leggerla, la trama comincia con due situazioni che coinvolgono oggi non poche donne: da un lato la voglia di maternità; dall’altro la difficoltà di creare le giuste premesse affettive con un uomo. E quando queste due circostanze non si incontrano, la scienza offre la terza via: la fecondazione artificiale come scappatoia, come opportunità per non perdere tempo inutilmente. Quando però, appena un minuto dopo essere ricorsa a questa pratica, Zoe incontra l’uomo ideale, si capisce che grosse problematiche sono messe al servizio di una commedia che vuole ripercorrere modelli brillanti, vecchio stile. Siamo nel genere “si sa come andrà a finire ma vediamo come ci si arriva”. Seguendo la gestazione di Zoe, fino al parto, il copione getta un occhio su tutte le questioni, piccole e grandi che l’avvenimento provoca sulla ‘paziente’, e coglie con risvolti grotteschi le esagerazioni di costume di certa società americana (le riunioni delle madri single, e il parto nella piscina di casa di una di loro). Il finale è lieto, in linea con le intenzioni di costruire un film brillante, per temperare la gravità dei problemi. Jennifer Lopez, la protagonista nel ruolo di Zoe, ha detto “non farei mai un figlio senza padre”.
Così, affrontando l’argomento senza drammi, né isterismi o ideologismi, il film permette di parlare della fecondazione assistita – nel caso di una donna single - conservando una riserva di sorriso.

Massimo Giraldi

 
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