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PRIMO SOCCORSO

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primo soccorso bambiniIl primo soccorso è l'insieme delle azioni che permettono di aiutare una o più persone in difficoltà, nell'attesa dell'arrivo dei soccorsi qualificati. Nessuna azione deve essere svolta senza aver valutato la situazione. Appena possibile, compatibilmente con le possibilità, dopo aver compiuto un esame primario, è necessario fare una chiamata di emergenza per attivare la catena del soccorso, in Italia chiamando il 118, in Europa il 112.

Chi trova una persona priva di coscienza, ferita o in pericolo deve innanzitutto valutare attentamente quale può essere la causa, per evitare di mettere ulteriormente in pericolo l'incolumità dell'infortunato e la propria. I pericoli concernenti  gas, esalazioni tossiche e nocive, elettricità possono anche essere non immediatamente evidenti. Le operazioni che chiunque è obbligato a svolgere in questi casi sono esclusivamente: avvisare le autorità spiegando in dettaglio dove ci si trova e attendere l'arrivo dei soccorsi senza allontanarsi. In difetto si ravvisano gli estremi del reato di omissione di soccorso.

Il simbolo internazionale di soccorso è anche chiamato Stella della vita ed è formato da una croce azzurra con sei braccia con all'interno un bastone con un serpente attorcigliato, il cosiddetto bastone di Asclepio Tecniche di primo soccorso

-Rianimazione con Dispositivo di estricazione (KED) cardiopolmonare (manovra compresa nel BLS, da Basic Life Support).

-Defibrillatore semi-automatico

-Manovra di prona supinazione

-Posizione laterale di sicurezza (PLS)

-Punti di compressione (e il meno utilizzato laccio emostatico arterioso)

-Soccorso vitale al traumatizzato (SVT)

Definizione

Di fronte a un evento dannoso, il soccorritore si può trovare in

situazione di:

• Urgenza

Occorre intervenire rapidamente per impedire al danno di

progredire ed è necessario porvi rimedio

• Emergenza

la sopravvivenza del danneggiato è in pericolo

 

Fasi d’intervento

1. Valutazione: Conoscere lo stato del paziente

2. Stabilizzazione: Impedire l’aggravamento

3. Ospedalizzazione: Trasporto in luogo attrezzato

4. Diagnosi: Accertamento della patologia

5. Terapia: Cura del danno

 

Abilitazioni

• Soccorritore

• Infermiere

• Medico

Competenze

 

Legge

“La legge determina le professioni intellettuali per l’esercizio del quale è necessaria l’iscrizione in appositi albi o elenchi” (art. 2229 cc)

Reato:

Esercizio abusivo della professione medica Infermieristica)

 

Compiti del soccorritore

• Salvataggio ricognizione, liberazione, evacuazione

• Supporto a medici e infermieri

• Valutazione accertamento delle funzioni vitali

• Stabilizzazione emostasi, disinfezione e medicazione, immobilizzazione, ecc

• Trasporto verso luogo più adatto

Il soccorritore NON può

• Fare diagnosi

• Prescrivere o fare terapia

• Accertare il decesso

 

 

 

 

Omissione di soccorso

Commette omissione di soccorso chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l’assistenza occorrente o di darne immediato avviso all’autorità.

art 593 cp)

 

Figura del soccorritore

Quando compie atti di utilità sociale, il soccorritore in servizio si configura come INCARICATO DI PUBBLICO SERVIZIO

 

Mancanze del soccorritore

Il soccorritore ha un dovere particolare si assistenza, la cui omissione genera:

• Omissione di atti d’ufficio

• Interruzione di pubblico servizio

 

Principio della “Responsabilità”

Ogni azione provoca delle conseguenze quando sono negative, qualcuno deve “pagare”

 

Princìpi tutelati

• Diritto alla salute

• Nessuno può essere curato contro la propria volontà (con deroghe)

• La libertà personale è inviolabile (con deroghe)

• Chi subisce un danno ha diritto al risarcimento

Corso di Primo Soccorso

Tutela

Il soccorritore agisce secondo canoni ben precisi universalmente riconosciuti

Corso di Primo Soccorso

Fonti

• Costituzione

• Regolamenti

• Leggi

• Codici

• Protocolli

Corso di Primo Soccorso

Definizione di “Protocollo”

Insieme di atti e manovre studiati e sperimentati da un ente riconosciuto, specialista in un determinato campo.

 

Doveri del soccorritore

• Attenersi alla propria preparazione

• Eseguire le disposizioni dei propri superiori, dei pubblici ufficiali e dei medici

• Non violare le leggi

Corso di Primo Soccorso

Doveri del soccorritore

• auto protezione

• riservatezza

• conoscenza dei termini tecnici

Il soccorritore è tenuto anche alla:

Corso di Primo Soccorso

Conseguenze civili

Chiunque subisce un danno ha diritto ad

essere risarcito.

Chiunque causa un danno

è tenuto a risarcirlo.

Corso di Primo Soccorso

Conseguenze penali

• Dolo: Volontà precisa di commettere un danno

 

 

 

 

 

• Preterintenzione: Il fatto commesso produce un danno più grave di quello che si voleva ottenere

• Colpa grave: Negligenza, imprudenza, imperizia aggravata Si risponde nei casi di: Responsabilità civile Quando il soccorritore opera all’interno di una associazione, è tutelato dalla

Legge quadro sul volontariato (266/91)

Obbligo di assicurazione a copertura dei danni causati e subiti.

 

Responsabilità penale

La responsabilità penale è personale Sono reati tutti i fatti considerati dalla legge come tali

Corso di Primo Soccorso

Attenuanti

• Esclusione di consapevolezza: Le conseguenze dannose non sono e non possono essere note a chi agisce

• Stato di necessità: Salvare se stessi o altri da un danno grave alla persona

• Speciale difficoltà: Le competenze acquisite non sono sufficienti a fare fronte all’evenienza

Corso di Primo Soccorso

Il coordinamento delle emergenze La gestione delle Urgenze e delle Emergenze è ESCLUSIVA competenza della Regione, che la attua attraverso il servizio territoriale GRATUITO 118 Consenso Nessuno può essere sottoposto a trattamenti sanitari contro la sua volontà. A meno che non vi sia un rischio maggiore per l’intera collettività. Si agisce su disposizione dell’autorità giudiziaria. Per i minori e le persone in stato di incoscienza o incapaci di intendere e di volere, il consenso è implicito.

TRAUMA CRANICO NEL BAMBINO

Il trauma cranico, si ha quando si subisce un colpo alla testa, spesso a causa di una caduta. Solitamente si danneggia solo il cuoio capelluto. Per la tranquillità dei genitori bisogna  precisare che il cranio è una zona ricca di vasi sanguigni e che pertanto un trauma anche piccolo provoca facilmente grossi bernoccoli, ed in caso di taglio, è facile che si abbia un'abbondante fuoriuscita di sangue e siano necessari dei punti.

La frattura del cranio è un evento abbastanza improbabile e talvolta si potrebbero evitare le radiografie alla testa del bambino. Ancora più improbabili sono la commozione cerebrale, l'ematoma, l'emorragia cerebrale. Bisogna sapere che l'entità della lesione esterna non è correlata alla presenza o meno di danni al cervello, quindi anche se il trauma vi sembra piccolo è bene controllarlo perché la presenza di sintomi precisi nelle ore successive al trauma è fondamentale per valutarne la gravità.

SINTOMI: bernoccoli, lividi, le elezioni. In caso di trauma alla fronte, occhi neri dopo due o tre giorni dal trauma e mal di testa. Raramente si hanno perdita di coscienza, stato confusionale, perdita temporanea della memoria.

COSA NON FARE: non date da mangiare al bambino, probabilmente commetterebbe. Aspettate almeno 6 ore dal trauma. Non dategli antidolorifici è bene avere sott'occhio la reale situazione. Un dolore molto intenso non è da sottovalutare e quindi è meglio non sedarlo ma osservarlo. Controllate il bambino anche di notte ma non svegliatelo ogni ora. È superfluo controllare il diametro delle pupille. Altri sintomi migliori identificabili, quali la confusione mentale e la difficoltà a camminare, precedono l'anormalità delle pupille.

COSA FARE: chiamate subito il 118 se la perdita di coscienza, fatica a respirare, trauma al collo. Negli altri casi diversi da questi appena citati, lavate la ferita con acqua e sapone, comprimetela con una garza sterile o se non l'avete con un panno pulito, per 10 minuti. In questo modo bloccherete la fuoriuscita di sangue. Applicate del ghiaccio per il gonfiore.

Aspettate almeno 6 ore dal trauma per dare da mangiare al bambino. Potete dare acqua piccoli sorsi. Dovete sapere che il vomito è molto frequente dopo un trauma cranico e quindi prima di dare qualcosa da mangiare aspettate 6 ore senza che il bambino rigetti.

È di fondamentale importanza osservare il bambino nelle 48 ore successive al trauma, in particolare le prime 8 ore sono importantissime.

Se dopo 48 ore non si presentano problemi allora il bambino può tornare alla sua vita di sempre.

Per verificare che tutto sia posto anche di notte, svegliate il bambino due volte, quando andate a letto voi e poi dopo 4 ore. Dovete svegliarlo e capire se parla e cammina normalmente. Dormite nella sua camera potrete osservare meglio a stare più tranquilli.

Chiamate subito il medico se il bambino ha meno di un anno, se sono necessari punti di sutura, se il trauma è molto forte, se dopo il trauma il bambino piange per più di 10 minuti di continuo, si ha difficoltà di parola, se non ricorda quello che è successo, se vomita almeno tre volte, se il mal di testa aumenta, se vede doppio o male, se non cammina bene, se perde sangue o un liquido acquoso dal naso o da un orecchio, se sembra addormentato.

AVVELENAMENTO NEL BAMBINO

Anche un ambiente colmo di calore e affettività può rivelarsi pieno di insidie per un bambino: il rischio di avvelenamento ad esempio, è sempre in agguato visto il tipico atteggiamento infantile di mettere tutto in bocca. Scopriamo alcune essenziali regole di comportamento da seguire in caso di avvelenamento del nostro bambino, fermo restando che l'ausilio di un medico è indispensabile anche nei casi che ci possono sembrare meno seri.

Imparare una serie di operazioni da mettere in atto in attesa dell'arrivo del medico, è molto importante per evitare di incorrere nelle più temibili conseguenze.

Indurre il vomito nel bambino che abbia ingerito del veleno può rivelarsi una mossa utile in alcuni casi, ma controproducente in altri, ciò dipenderà dal tipo di sostanza assunta, pertanto dovremo subito indagare circa l'identità del prodotto servendoci delle informazioni riportate sull' etichetta del contenitore.
In linee generali il vomito potrà tranquillamente essere indotto qualora il bimbo abbia ingerito dei farmaci, di contro si dovrà assolutamente evitare di farlo vomitare nel caso di avvelenamento da sostanze corrosive come acidi o distillati del petrolio.
Questi ultimi, infatti, aggraverebbero la situazione lacerando le pareti gastriche in caso di vomito.

Gli acidi possono essere in certa misura disciolti facendo bere al bambino del latte o semplicemente acqua.
Nel caso di avvelenamento da acidi non è opportuno sottoporre il malcapitato a lavanda gastrica. Se il bimbo ha intriso col veleno anche i vestiti sono necessari toglierli poiché l'epidermide ha un alto potenziale assorbente.
Se il veleno è venuto a contatto con gli occhi è opportuno sciacquarli abbondantemente con acqua e in ogni caso detergere le parti del corpo che siano venute a contatto col prodotto nocivo.

Tenendo presente che la prevenzione è il miglior comportamento da adottare e che è auspicabile privare gli ambienti della vita quotidiana di oggetti e prodotti potenzialmente pericolosi per un bambino, riassumiamo le regole basilari da seguire nel caso se incorra in situazioni di avvelenamento:

1) tenere sempre a portata di mano il numero telefonico di dei centri antiveleni;

2) conservare in casa uno sciroppo di ipecacuana, utile per provocare il vomito (solo ed esclusivamente nei casi di ingestione di sostanze non corrosive ad esempio farmaci);

3) richiedere prontamente l'intervento di un medico (in tutti i casi, anche in quelli apparentemente non gravi);

4) non tentare di indurre il vomito se il bambino è in stato di incoscienza, se ha ingerito degli acidi o forti alcali o ancora se soffre di convulsioni;

5) nel caso di diffusione nell'ambiente di gas tossici, portare immediatamente il bambino in un luogo ben areato e provvedere poi ad aerare anche il luogo dove il gas si è diffuso. Ove necessario praticare una respirazione a bocca a bocca;

6) ricordarsi che la somministrazione di antidoti e altre operazioni di soccorso sono di pertinenza medica

EMORRAGIA NEL BAMBINO

Emorragia: si parla di emorragia quando si presenta una perdita di sangue abbondante, si abbassa la pressione del sangue e si può arrivare allo shock. L'emorragia può essere esterna, a seguito ad esempio di una ferita, o interna, come nel caso di un trauma. Quando un bambino subisce un trauma violento, capite bene che è molto importante farlo controllare da un medico, anche se sembra essere a posto e non aver riportato ferite.

SINTOMI: sanguinamento di colore rosso vivo e che esce ad intermittenza se è stata recisa un'arteria.

Sanguinamento di colore rosso scuro con fuoriuscita del sangue continua se è stata recisa una vena.

In entrambi i casi l'emorragia deve venire arrestata rapidamente, altrimenti si arrivano a uno stato di shock, con pallore del bambino, mani e piedi che diventano freddi, sudore, stato confusionale, polso debole. Respirazione e battito cardiaco possono allora fermarsi.

COSA NON FARE: non usato cotone idrofilo per bloccare l'emorragia, non usate il laccio emostatico se non è proprio necessario, non rimuovete coltelli, schegge o quant'altro da una ferita all'addome o al torace.

COSA FARE: mettete il bambino disteso con il viso girato di lato e le gambe sollevate di circa 25 cm rispetto al corpo, chiamate subito il 118 e bloccate nel frattempo l'emorragia.

Se la ferita è alla testa all'addome o al torace, se è a un arto con sanguinamento venoso: ripiegate un asciugamano di cotone o delle garze sterili e premete con forza sulla ferita, mantenendo la pressione almeno per 10 minuti, fasciate in modo stretto in modo che il tampone rimanga premuto sulla ferita.

Portate subito il bambino al pronto soccorso se la ferita è a un arto ed il sanguinamento è arterioso, provate comunque a fare come sopra indicato per fermare l'emorragia, mantenendo una pressione forte continua, se non funziona, e conoscete i punti di compressione delle arterie, premete sull'arteria che sta tra la ferita e il cuore finché non arrivano i soccorsi. Una raccomandazione usate un laccio solo se l'emorragia non si ferma con i sistemi precedenti e siete distanti dai soccorsi.

Il laccio emostatico deve essere usato solo se l'emorragia è arteriosa e la ferita è a un arto, non riuscite a fermare il sanguinamento con la compressione e i soccorsi sono lontani.

Legate il laccio intorno all'arto sopra la ferita e mettete un bastoncino di legno di 20 cm, o qualcosa di simile a un bastoncino di legno, sul nodo; avvitate il pezzo di legno fino a stringere il laccio e bloccate il bastoncino con un secondo nodo, in questo modo potrete allentare il laccio semplicemente allentando la stretta. Scrivetevi su un foglietto l'ora in cui avete legato il laccio, consegnando il foglietto poi e soccorritori.

Punti di compressione arteriosa: se la ferita è a un arto, soprattutto se vicina alla radice dell'arto, l'emorragia si può arrestare premendo sui punti in cui passano le arterie che portano il sangue a quell'arto. Se la ferita è a un braccio, premette con forza quattro dita, indice medio anulare mignolo, sotto l'incavo dell’ascella, in modo da stringere il muscolo contro l’osso, e con il pollice chiudete la presa dalla parte opposta.

Se la ferita è a una gamba, cercate all'inguine il battito dell'arteria femorale e premete poi con i pollici uno sull'altro sull'arteria fino a interrompere il battito. Imparate a sentire battito dell'arteria su voi stessi.

Ad ogni modo slegate il laccio per 15 minuti ogni ora e per questi 15 minuti cercate di limitare la perdita di sangue premendo direttamente sulla ferita.

OSTRUZIONE VIE AEREE NEL BAMBINO

Un corpo estraneo può procurare un' ostruzione parziale o completa delle vie aeree; Se I’ ostruzione è parziale il lattante/bambino è in grado di tossire vigorosamente, di piangere e di parlare; è questa una situazione in cui dobbiamo astenerci dall’eseguire delle manovre di disostruzione ma bisogna:

  1. 1. incoraggiare il paziente a tossire;
  2. 2. se possibile somministrare ossigeno;
  3. 3. se l’ostruzione parziale persiste attivare il 118 o trasportare il paziente in Pronto Soccorso;

Se l’ostruzione è completa il lattante/bambino non piange, non tossisce. non riesce a parlare, presenta cianosi rapidamente ingravescente. E’ questa una situazione drammatica che richiede un rapido intervento del soccorritore.

E’ importante, appena si valuta l’insufficienza respiratoria, mandare qualcuno a chiamare il 1.1.8.. Se il soccorritore è solo, esegue circa un minuto di intervento e poi attiverà il sistema d’emergenza.

Le tecniche necessarie per disostruire un lattante sono due:

  1. 1. Le pacche interscapolari o dorsali con via di fuga laterale.
  2. 2. Le compressioni toraciche. Mettendo il Paziente su un piano rigido, eseguendo cinque compressioni toraciche con la stessa tecnica utilizzata per il massaggio cardiaco; le compressioni devono essere vigorose e applicate con frequenza di circa 1 ogni 3 secondi.


Queste due tecniche sono applicate in sequenze diverse secondo lo scenario.

Se il lattante è cosciente eseguire 5 pacche dorsali + 5 compressioni toraciche continuare fino a quando non si è risolto il problema o fino a quando il paziente diventa incosciente.

Non appena il lattante diventa incosciente:

  1. 1. posizionare il paziente su un piano rigido
  2. 2. sollevare la lingua e la mandibola per ispezionare il cavo orale e rimuovere, se possibile, l’eventuale corpo estraneo
  3. 3. instaurare la pervietà delle vie aeree
  4. 4. eseguire il GAS per 10 secondi
  5. 5. Se il paziente non respira eseguire 5 ventilazioni di soccorso riposizionando il capo a ogni tentativo inefficace.
  6. 6. Se non si riescono a ottenere almeno due ventilazioni efficaci eseguire cinque pacche dorsali + 5 compressioni toraciche.
  7. 7. Ritornare al punto uno

Continuare la sequenza fino a quando arrivano i soccorsi avanzati o fino a quando non si risolve il problema, cioè il paziente respira autonomamente o può essere ventilato.

Nel lattante incosciente con anamnesi certa si eseguono immediatamente 5 pacche dorsali + 5 compressioni toraciche successivamente si esegue la sequenza descritta precedentemente.

Nel lattante incosciente con anamnesi sconosciuta:
eseguire la sequenza normale del PBLS.

Quando sì arriva all’azione di B se non si riesce a eseguire neanche 2 ventilazioni efficaci riposizionare il capo ed eseguire altre 5 ventilazioni.
Se ancora non sì riesce ad ottenere almeno 2 ventilazioni efficaci concludere che il paziente ha un’ostruzione completa da corpo estraneo.
Eseguire dunque, 5 pacche dorsali + 5 compressioni toraciche e poi la sequenza precedentemente descritta.

Le tecniche necessarie per disostruire un bambino sono quattro:

  1. 1. la manovra di Heimlich nel paziente cosciente
  2. 2. la manovra di Heimlich nel paziente incosciente
  3. 3. le pacche interscapolari
  4. 4. le compressioni toraciche.

Compressioni sub diaframmatiche nel bambino cosciente (Manovra di Heimlich). Si può eseguire con paziente in piedi o seduto:

  • porsi alle spalle del paziente abbracciandolo dal dietro intorno alla vita;
  • con il pollice e l’indice di una mano comporre una "C" che colleghi l’apofisi xifoide all’ombelico;
  • all’interno della "C" porre il pugno dell’altra mano con il pollice all’interno;
  • staccare la mano che ha composto la "C" e afferrare il pugno;
  • eseguire delle compressioni vigorose con direzione antero-posteriori e caudo-craniali (movimento a cucchiaio dal basso verso l'alto).

Le successive tecniche si applicano solo nel bambino incosciente.
Pacche interscapolari o dorsali:

  1. 1. inginocchiarsi al lato del Paziente;
  2. 2. porre il bambino sulle cosce tenendo una mano sotto la sua testa;
  3. 3. eseguire 5 vigorosi colpi in sede interscapolare con via di fuga laterale;

Compressioni toraciche:

  1. 1. mettere il paziente supino e su un piano rigido;
  2. 2. eseguire 5 compressioni toraciche con la stessa tecnica utilizzata per il massaggio cardiaco (le compressioni devono essere vigorose e applicate con frequenza di circa 1 ogni 3 secondi).

Compressioni sub diaframmatiche nel bambino incosciente (Manovra di Heimlìch Paziente supino):

  1. 1. mettere il paziente supino su un piano rigido
  2. 2. posizionarsi in ginocchio a cavalcioni sulle cosce del bambino
  3. 3. Con il pollice e l’indice di una mano comporre una "C" che colleghi l’apofisi xifoide all’ombelico(punto di repere.)
  4. 4. all’interno della "C" porre l’eminenza dell’altra mano
  5. 5. staccare la mano che ha composto la "C" e porla al di sopra della prima
  6. 6. eseguire delle compressioni vigorose con direzione antero-posteriore e caudo-craniale.

Tutte le manovre di disostruzione:
pacche dorsali, compressioni toraciche, compressioni addominali sub diaframmatiche hanno Io scopo di provocare un brusco aumento della pressione intratoracica cioè una TOSSE ARTIFICIALE.

Tutte queste tecniche sono applicate in sequenze diverse a seconda dello scenario:
se il bambino è cosciente eseguire:
la manovra di Heimlich fino a quando non si è risolto il problema o fino a quando il paziente diventa incosciente.

Non appena il paziente diventa incosciente bisogna:

  1. 1. Posizionare il paziente su un piano rigido.
  2. 2. Sollevare la lingua e la mandibola per ispezionare il cavo orale e rimuovere, se possibile, l’eventuale corpo estraneo.
  3. 3. Instaurare a pervietà delle vie aeree
  4. 4. Eseguire il GAS per 10 secondi
  5. 5. Se il paziente non respira eseguire 5 ventilazioni di soccorso (riposizionando il capo a ogni tentativo inefficace.)
  6. 6. Se non si riescono a ottenere almeno 2 ventilazioni efficaci eseguire 5 pacche dorsali + 5 compressioni toraciche.
  7. 7. Ritornare al punto 1

Nella sequenza successiva al punto 6 sostituire le 5 compressioni toraciche con 5 compressioni sub diaframmatiche e alternare queste due tecniche a ogni nuova sequenza.

Continuare le sequenze descritte fino a quando arrivano i soccorsi avanzati o fino a quando non si riesce a risolvere il problema, cioè il paziente respira autonomamente o può essere ventilato.

Se il bambino è incosciente con anamnesi certa iniziare subito con 5 pacche dorsali + 5 compressioni toraciche; successivamente si esegue la sequenza descritta in precedenza ricordando di alternare le compressioni toraciche con quelle addominali.

Se il bambino è incosciente con anamnesi sconosciuta:
eseguire la sequenza normale del PBLS. Quando si arriva all’azione "B" se non si riesce a eseguire neanche 2 ventilazioni efficaci riposizionare il capo ed eseguire altre 5 ventilazioni.
Se ancora non si riesce ad ottenere almeno 2 ventilazioni efficaci concludere che il paziente ha un’ostruzione completa da corpo estraneo.
Eseguire. dunque, 5 pacche dorsali + 5 compressioni toraciche e poi la sequenza precedentemente descritta, ricordando di alternare le compressioni toraciche con quelle addominali.

L’EPILESSIA.

L'epilessia può manifestarsi a ogni età e in forme assai diverse; data la sua varietà, si parla genericamente di epilessie.

È fra le malattie neurologiche più frequenti: Nel mondo colpisce 8,93 (SD 8,14, mediana 7,59) (dato ottenuto da 105 nazioni) Il numero medio di persone con epilessia varia da regione a regione: 12,59 nelle Americhe, 11,29 in Africa, 9,97 in Sud Est Asiatico, 9,4 nel mediterraneo dell'Est, 8,23 in Europa, 3,66 nel Pacifico.
Il numero medio di persone con epilessia varia dalle 7,99 nelle regioni ad alto reddito (high-income country), alle 9,50 delle nazioni a basso reddito (low-income country), Nel mondo vi sono circa 50 milioni di malati di epilessia [1]

Classificazione delle crisi epilettiche

La classificazione delle crisi epilettiche è certamente modificata negli ultimi anni. Attualmente consideriamo:

  • Epilessia generalizzata
    • Tonico - clonica
    • Assenza
      • Tipica
      • Atipica
      • Assenza con aspetti particolari
        • Assenza Mioclonia
        • Mioclonia delle palpebre
    • Mioclonia
      • Mioclonico-atonico
      • Mioclonico-tonico
    • Clonica
    • Tonica
    • Atonica
    • Spasmi epilettici
  • Epilessie focali

La più grande modifica riguarda le epilessie focali, che una volta venivano classificate come epilessie parziali. Ancora le epilessie neonatali non sono considerate più un’unità a se stante. Perché poi nella pratica, spesso sono ricordate. È riportata sotto anche parte della vecchia classificazione (1981) per motivi di chiarezza, perché nella pratica vengono ancora spesso utilizzate.

Le crisi parziali erano suddivise in:

  • Crisi semplici in cui non si ha perdita di coscienza (sebbene possano causare un'alterazione dei sensi, voglia di vomitare o altre sensazioni.)
  • Crisi complesse, in cui si ha perdita di coscienza. Ciò non significa necessariamente che la persona che prova questo tipo di attacco cadrà a terra privo di sensi. Ciò fa riferimento all'effetto dell'attacco sullo stato di coscienza.

Schematicamente troviamo:

  • Crisi parziali semplici (senza perdita di coscienza) caratterizzate da:
    • Crisi motorie Jacksoniane (es: scossa alla mano di durata di 30 secondi-1 minuto). Al termine di una crisi jacksoniana si ha generalmente la Paralisi di Todd (ovvero una paralisi centrale di breve durata). Alcune volte si può avere il fenomeno della marcia Jacksoniane: la crisi epilettica si diffonde attraverso la corteccia motoria quindi si ha una scossa alla mano, poi al braccio, poi alla gamba e infine al volto.
    • Crisi eversive (deviazione dallo stesso lato di capo e occhi, elevazione dell'arto superiore omoplata)
    • Crisi somatosensoriali (solitamente si percepiscono parestesie o con sintomi sensitivi speciali più complessi (allucinazioni generalmente semplici visive, uditive, olfattive, gustative, vertiginose.)
    • Crisi vegetative (sensazione epigastrica, pilo erezione, dilatazione pupillare, vampate, sudorazione)
    • Crisi psichiche (allucinazioni, paura, rabbia, distorsioni del senso del tempo, alterazione della percezione)

La crisi parziale semplice può diventare complessa. Quest'ultima oltre alla perdita di coscienza è caratterizzata da: automatismi come continuare a deglutire e masticare.

  • Crisi parziali complesse (con perdita di coscienza):
    • Crisi confusionali
    • Crisi psicomotorie
    • Crisi dismnesiche
    • Crisi ideatorie
    • crisi affettive
    • Crisi psicosensoriali

Caratteri specifici dell'epilessia.

La crisi epilettica può essere molto polimorfa ed ha caratteristiche e durata variabile secondo il tipo di crisi.

  • La più classica, in altre parole la crisi convulsiva tipo grande male si manifesta attraverso la convulsione di tutto il corpo. La vittima crolla, nella maggior parte dei casi, al suolo, contorcendosi ripetutamente, come in preda ad una forte scarica elettrica.
    È caratterizzata da un iniziale spasmo di tutti i muscoli scheletrici (Fase Tonica) seguita dopo poche decine di secondi da contrazioni muscolari rapide, circa regolari, con movimenti ampi e veloci (scosse cloniche sincrone Fase Clonica). Questo tipo di attacco è usualmente ciò che s’intende col termine epilessia nel linguaggio colloquiale. Questo tipo di crisi si conclude con una fase detta di risoluzione (o post-critica) ove la persona appare confusa, rallentata e indolenzita. Durata della fase tonica e clinica: circa 2-3 minuti.
    Può avvenire in molti casi la morsicatura della lingua. Si noteranno la presenza di saliva e muco attorno alla bocca della vittima. Si ha una rotazione degli occhi all'indietro da parte della vittima.
  • Attacco tipo assenza: è un'interruzione dello stato di coscienza dove la persona che sperimenta l'attacco sembra diventare assente e insensibile, per un breve periodo di tempo (di solito 20 secondi). Possono sopraggiungere leggere contrazioni muscolari in particolare "strizzamento degli occhi". Non c'è perdita del tono posturale. Nelle assenze complesse ci può essere una perdita di coscienza più prolungata e l'esordio e la cessazione possono essere meno bruschi.
  • Attacchi mio clonico: portano sporadiche contrazioni muscolari e possono essere in contrazioni di muscoli o gruppi muscolari a scatti. La manifestazione è rapida e della durata di meno di 500 ms.
  • Attacchi clonici: scosse muscolari rapide di durata maggiore a 500 ms.
  • Attacchi atonici: portano il rilassamento del tono muscolare causando la caduta a terra della persona sofferente di epilessia. Spesso questi soggetti vanno incontro a un trauma da caduta.

Quindi principalmente distinguiamo tra:

  • Crisi generalizzate nelle quali è coinvolta l'intera corteccia cerebrale fin dal principio della crisi. La scarica neuronale può riverberare, specialmente a livello del talamo (che renderebbe conto delle crisi cosiddette di tipa”assenza"). Solitamente (ma non necessariamente) queste crisi si associano a perdita di coscienza.
  • Crisi focali: sono caratterizzate dal coinvolgimento primitivo di una parte ben localizzata della corteccia cerebrale, focolaio che può rimanere localizzato o espandersi, fino a coinvolgere entrambi gli emisferi (crisi parziali secondariamente generalizzate).

Sono fondamentali ancora alcune considerazioni :
le crisi epilettiche parziali a secondaria generalizzazione: tutte le crisi parziali possono concludersi con una crisi convulsiva generalizzata, generalmente tipo grande male.
Lo Stato di Male è una drammatica situazione in cui l'individuo è in preda a una crisi epilettica che si protrae per almeno 10-20-30 minuti, o dura di meno ma si ripete a intervalli talmente ristretti che non consente la ripresa di coscienza. Questo porta a necrosi neuronale. Il male epilettico è da considerarsi una vera e propria emergenza medica, perché la probabilità di andare incontro a morte è di circa il 20%, mentre è anche maggiore quella di avere delle sequele neurologiche permanenti. L'unica cura è l'anestesia generale che blocca la crisi.

Gli effetti delle crisi focali possono essere diversi in base all'area del cervello in cui essi sono attivi. Per esempio un attacco parziale in aree deputate alla percezione può causare una particolare esperienza sensoriale (per esempio la percezione di un odore, di una musica o di un lampo di luce).
Questo tipo di attacco può produrre particolari pensieri o immagini interne o anche esperienze che possono essere distinte ma non facilmente descritte. Gli attacchi centrati nel lobo temporale sono famosi per il provocare esperienze mistiche o di estasi in alcune persone. Queste possono essere in una diagnosi errata di psicosi o anche schizofrenia, se gli altri sintomi dell'attacco sono trascurati e non sono eseguiti altri test. Quando invece il focus è localizzato nella corteccia motoria, l'attacco parziale può causare un movimento in un particolare gruppo di muscoli. Tipico esempio è la crisi Jacksoniana in cui il soggetto ha scosse in una parte del corpo (in particolare mani, viso, lingua).

Si può parlare anche di crisi non epilettiche, qualora causate da agenti esterni quali terapia elettroconvulsivante (TEC, il comune "elettroshock"), o farmaci convulsivanti. A volte può essere difficile differenziarla dalla sincope, dalla crisi isterica e dalla simulazione.

Le crisi epilettiche possono manifestarsi in alcune patologie come la sclerosi tuberosa di Bourneville. Altre sindromi:

  • Sindrome di West:caratterizzata da spasmi infantili in estensione, in flessione e fulminei accompagnati da movimenti del capo. Oltre a questi spasmi c'è ritardo psicomotorio e ipsaritmia (onde lente e punte di grande ampiezza). Colpisce bambini fino a 7 mesi e la prognosi non è buona se la diagnosi è tardiva.
  • Sindrome di Lennox-Gastaut:Colpisce bambini tra 1 e 7 anni caratterizzata da sintomi crisi toniche e atoniche frequenti. La terapia non è efficace e si associa ritardo mentale.
  • Sindrome di Landau-Kleffner:caratterizzata da afasia acquisita, agnosia uditiva oltre a caratteristici attacchi epilettici.

Eziologia.

Le cause che portano un encefalo normale ad attivarsi in maniera parossistica fino a provocare una crisi epilettica sono ancora in parte oscure: le ultime ricerche si stanno rivolgendo verso il ruolo dei canali per gli elettroliti trans membrana voltaggio-dipendenti. Questi canali sono proteine (spesso formate da numerose sub unità), situate a livello delle membrane cellulari dei neuroni, le quali si aprono al passaggio del potenziale d'azione lungo il neurone stesso, permettendo il passaggio trans cellulare selettivo di anioni (Cl) o cationi (Na, Ca, K). Vi sono evidenze che portano a considerare in difetti a carico dei carriers per il Sodio ed il Calcio dei punti di partenza interessanti per capire la fisiopatologia del neurone epilettico. Ciò per due ragioni: la scoperta di mutazioni genetiche a carico di canali voltaggio-dipendenti per questi elettroliti come substrato per numerose (circa una dozzina, ma il numero è destinato a crescere) di sindromi epilettiche giovanili; l'evidenza dell'attività anticomiziale (sinonimo per antiepilettico) di numerose molecole che agiscono a questo livello molecolare.

Dal punto di vista clinico, invece, si è soliti suddividere le epilessie dal punto di vista eziologico in tre famiglie: genetiche, sintomatiche e criptogenetiche.
Le epilessie genetiche sono quelle nelle quali si è trovato una specifica mutazione genetica: come detto, ne sono state trovate circa una dozzina, la più importante sarebbe quella per l'epilessia mioclonica giovanile, il cui gene mutato mapperebbe nel cromosoma 6 e codificherebbe per una subunità per un canale del Sodio voltaggio-dipendente.
Le epilessie sintomatiche sono quelle numericamente più diffuse. Costituiscono quelle epilessie la cui causa è riscontrabile anatomicamente in una lesione parenchimale visibile alla neuro immagini (principalmente la Risonanza Magnetica). Le cause sono veramente tante: le principali sono costituite da: lesioni pre-peri natali, che possono essere traumi da parto oppure complicanze come l'anossia perinatale; infezioni perinatali (specialmente da Citomegalovirus - CMV), malformazioni (come la lissencefalia, o l'eterotopia); malattie cerebrovascolari, che modificano l'architettura cellulare a livello della lesione, con alterazioni anche a carico della rete dei neurotrasmettitori (ad esempio per il glutammato). A volte, una crisi epilettica può essere indice premonitore di sofferenza di una determinata regione cerebrale, ed essere un "campanello d'allarme" per l'insorgenza futura di un accidente cerebrovascolare; neoplasie, di cui spesso la crisi epilettica, più frequentemente di tipo parziale, ne è il sintomo di esordio; traumi cranici specialmente quelli aperti rispetto a quelli chiusi; malattie infiammatorie come encefaliti, meningiti o infezione da virus HIV; patologie degenerative, come la Malattia di Alzheimer.
Le epilessie criptogenetiche sono epilessie che non hanno una causa organica visibile Sono un'evenienza statisticamente alta.

Altro discorso è quello dello stabilire la causa di crisi epilettiche isolate, sporadiche, che avvengono in determinate situazioni. Si presume comunque che qualsiasi cervello, se esposto a determinati stimoli, possa reagire con una scarica epilettica, senza che il soggetto debba essere considerato sofferente di epilessia. Questi stimoli sono costituiti da:

  • Stimolazioni luminose intermittenti
  • Deprivazione di sonno
  • Abuso, o interruzione brusca, di sostanze alcoliche o sostanze psicotrope.
  • Alterazioni metaboliche (specialmente ipoglicemia)
  • Iperosmolarità o, al contrario, osmolarità

La risposta a uno di questi stimoli con una crisi epilettica (spesso di tipo generalizzato "grande male") non va considerata come espressione di una malattia, quanto come espressione di una "ipersensibilità" del cervello che risponde con una scarica a livelli inferiori rispetto alla media. L'allontanamento dallo stimolo nocivo porta, nella quasi totalità dei casi, a non avere mai più nella vita altre crisi.

Alcune donne possono avere delle crisi epilettiche in corrispondenza del ciclo mestruale; tali crisi, dette appunto "catameniali", non sono da considerarsi espressione di una sindrome epilettica definita, quante risposte abnormi a stimoli (come le alterazioni umorali indotte dal ciclo mestruale nella donna) che di per sé costituiscono uno stress per il cervello. La maggior parte delle epilessie è trattabile con farmaci.

In caso in cui si debba assistere una persona colpita da epilessia, è semplicemente necessario allontanare eventuali ostacoli contro di cui essa possa urtare. Tutto ciò per evitare contusioni, perché le contratture sono violente e del tutto fuori controllo della vittima. La persona, alla ripresa, in altre parole al termine della crisi convulsiva, si troverà in uno stato di torpore e soporosità, incapace di interagire con il mondo esterno se non molto molto lentamente. Avrà difficoltà a rispondere a semplici domande e tenderà ad addormentarsi. Solo dopo essere caduta in uno stato soporoso post crisi (che dura normalmente una o più ore), la persona recupererà lucidità ed energia.

Non tentare assolutamente di estrarre la lingua con le proprie dita, nella paura che la persona soffochi: Non appena le convulsioni si placheranno, basterà porre la persona colpita nella posizione laterale di sicurezza, in modo che le secrezioni di muco e saliva non soffochino la vittima incosciente.

L'epilessia nella cultura.

Nel passato l'epilessia è stata associata a esperienze religiose e anche a possessioni demoniache. Storicamente l'epilessia era chiamata la "Malattia Sacra" poiché secondo una visione popolare si credeva che gli attacchi epilettici fossero una forma di attacco dei demoni o comunque una manifestazione di potenza occulta. La prima descrizione che si conosca risale al testo babilonese di medicina, Sakikku, che fu scritto più di 3000 anni fa. 1] Ippocrate di Coo rilevava che l'epilessia sarebbe stata considerata divina solo fino a quando non fosse stata compresa. Anche Alessandro Magno soffriva di questa malattia[senza fonte]Apollinare di Ravenna è considerato il protettore dall'epilessia.

Il celebre scrittore Dostoevskij attribuisce l'epilessia, di cui lui stesso era affetto, al principe Myškin, protagonista del suo romanzo L'idiota. Il protagonista è un eroe positivo, infinitamente buono.

Ian Curtis, anch'egli affetto dalla malattia, sul palco con i Joy Division simulava attacchi di epilessia.

Personaggi illustri epilettici:

RIANIMAZIONE CARDIOPOLMONARE.

La rianimazione cardiopolmonare è una tecnica di soccorso che può essere decisivo nel riattivare le funzioni vitali del nostro organismo. Se applicata con tempestività può mantenere l’ossigenazione del cervello e del muscolo cardiaco e riattivare, per quanto possibile, la circolazione del sangue.

Fino ad oggi le indicazioni di questo tipo di rianimazione erano legate all’applicazione di due diverse azioni: il massaggio cardiaco vero e proprio, che consiste in una compressione toracica operata con energia e rispettando specifici ritmi, e un’insufflazione artificiale, la cosiddetta respirazione a bocca a bocca.

I problemi di questa manovra d’emergenza, per la quale sono stati recentemente sperimentati diversi tipi di strumenti innovativi, sono relativi alla sua invasività, fatica e difficoltà; specialmente tenendo conto delle condizioni in cui si opera, dello stress indotto dalla preoccupazione e, spesso, dalla non professionalità del soccorritore.

A tal proposito più volte l'Associazione Medica americana ha dichiarato che spesso questo tipo di rianimazione è compiuta dai non professionisti con risultati inefficienti e con conseguenze pericolose.

Tuttavia riguardo alle linee guida delle emergenze qualcosa sta cambiando: nei casi di arresti cardiaci molti associazioni europee e americane consigliano di limitare l’intervento rianimativo alla sola compressione toracica, trascurando nella maggioranza dei casi la respirazione a bocca a bocca.

Alcune ricerche hanno, infatti, dimostrato che l’alternanza respirazione-compressione del torace, se non si è allenati a eseguirla, può farci perdere tempo prezioso e che è più efficace agire subito con circa 100 compressioni al minuto al centro della gabbia toracica.

Inoltre sappiamo che un intervento rianimativo applicato correttamente può raddoppiare le probabilità di vita di una persona, ma quante volte questo intervento è applicato in situazioni di emergenza e in assenza di personale medico? Solo una volta su tre.

Piuttosto di astenersi da un qualsiasi intervento si consiglia dunque di praticare per tempo un semplice massaggio cardiaco esterno senza ventilazioni.

Massaggio che è facilmente eseguibile - anche seguendo eventuali istruzioni telefoniche di un centro di pronto intervento - e non dà, ai soccorritori, alcuna preoccupazione di contagio dovute al contatto “a bocca a bocca”.

La rianimazione cardiaca è un intervento ancora troppo poco praticato, ci ricorda la scena di qualcuno dei mille telefilm che inondano i nostri televisori.

PBLS (Paediatric Basic Life Support).

Le emergenze pediatriche extraospedaliere non sono molto frequenti, anche se spesso sottovalutate dalle stime ufficiali. E’, infatti, tuttora frequente, da parte dei genitori o dei primi soccorritori, il trasporto diretto in auto del bambino all’ospedale, senza attivazione del sistema d’emergenza 1.1.8.

Rispetto all’adulto, il bambino è diverso non soltanto per le dimensioni, ma anche per la patologia specifica l’anatomia, la fisiologia, la fisiopatologia e la psicologia.

L'eziologia e la patogenesi dell’arresto cardiaco per esempio sono molto diverse nell’età evolutiva rispetto al paziente adulto.

Nella gran parte dei casi l’arresto della respirazione e del circolo nel Paziente pediatrico non sono improvvisi, ma avvengono come momento terminale in una situazione di progressiva ipossiemia e acidosi nel corso di un trauma o di una

patologia acuta, respiratoria, neurologica o infettiva, che è iniziata spesso già da ore o giorni ed è progredita nello scompenso respiratorio e/o nella fase di scompenso dello shock .Infatti, mentre nell’adulto l’arresto del circolo è causato prevalentemente da

un’aritmia ipercinetica, la tachicardia e la fibrillazione ventricolari sono rare in pediatria. L'arresto cardiaco è causato nella grande maggioranza dei casi dall’asistolia o da una marcata bradicardia e rappresenta un evento terminale,molto spesso preceduto dall’arresto respiratorio e/o da una progressiva ipotensione e bradicardia.

Un’altra caratteristica dell’età pediatrica è la rapidità d’evoluzione dei quadri cIinici,sia come aggravamento sia come miglioramento in risposta ad un trattamento corretto.

L’obiettivo fondamentale del Pediatric Basic Life Support (PBLS) è quello di prevenire il danno atossico cerebrale in un paziente incosciente con arresto respiratorio e/o arresto cardiaco. E’ importante non confondere il PBLS con la sola rianimazione.

Cardiopolmonare (RCP);

Il PBLS, infatti, comprende:

• La prevenzione; e’ un fattore fondamentale per ridurre la mortalità in età pediatrica. E’ importante ridurre il rischio che occorra un “incidente” e/o trattare precocemente le situazioni critiche che potrebbero condurre a compromissione delle funzioni vitali;

• il riconoscimento precoce dell’arresto respiratorio e/o cardiaco;

• il tempestivo ed efficace allarme; e’ fondamentale attivare il sistema d’emergenza il più precocemente possibile. Nel bambino, considerato che l’arresto respiratorio molto spesso precede l’arresto cardiaco, è importante “chiedere aiuto il più presto possibile” (call fast) piuttosto che “prima di fare qualunque cosa” (cali first).

• il supporto del respiro e del circolo (RCP); il RCP garantisce un’ossigenazione d’emergenza al cervello rendendo possibile l’applicazione completa della “catena della sopravvivenza”. Inoltre, in età pediatrica, I’RCP precoce può evitare che un arresto respiratorio evolva in arresto cardiaco con efficace aumento della percentuale di sopravvivenza;

• il riconoscimento e il trattamento dell’ ostruzione delle vie aeree da corpo estraneo;

La sequenza del PBLS prevede un’alternanza di valutazioni e azioni secondo lo schema dell’ “A.B.I.”:

1. A. airway (vie aerie)

2. B. breathing (respire)

3. C. circolazione (circolo)

Ogni azione va eseguita solo dopo un’accurata valutazione dell’assenza dei parametri vitali. Le tecniche da applicare sono diverse secondo l’età del paziente e quindi, è importante distinguere tre fasce d’età:

1. Lattante da 0 a 1 anno

2. Bambino piccolo da 1 a 8 anni

3. Bambino grande sopra gli 8 anni (tecniche del BLS adulto)

Ricordare che:

un bambino di 1 anno pesa circa 10 Kg e lungo circa 75 cm.

un bambino di 8 anni pesa circa 25 Kg ed e lungo circa 125 cm.

Valutazione della coscienza.

Il primo passo nel soccorso di una persona è di accertarsi rapidamente che non vi siano rischi evolutivi (crolli, incendi, frane, folgorazione ecc.) in grado di mettere in pericolo la vita del soccorritore e del bambino stesso. Soltanto in questo caso è giusto spostare il Paziente (con le dovute cautele in caso di trauma) prima di iniziare qualunque tipo d’intervento.

Successivamente valutare lo stato di coscienza attraverso:

• stimolo verbale (chiamare ad alta voce il bambino);

• stimolo doloroso (pizzicare il bambino - preferenzialmente a livello del bordo anteriore del muscolo trapezio - evitando movimenti bruschi);

Lo stato d’incoscienza deve immediatamente indurre il soccorritore a compiere 3 azioni:

1. chiedere aiuto; se il soccorritore non è solo deve inviare immediatamente qualcuno a richiedere un aiuto (118 o emergenza interna) in grado di intervenire con mezzi avanzati; se il soccorritore è solo deve urlare chiedendo aiuto, se nessuno risponde non deve abbandonare il paziente ma effettuare il primo minuto di RCP; se il paziente è un cardiopatico attivare immediatamente il sistema d’emergenza (118);

2. Posizionare il bambino; Mettere il paziente su un piano rigido, spogliarlo e allineare capo, tronco e arti in modo da poter eseguire le valutazioni e I’RCP senza ostacoli; In caso di sospetto trauma, spostare il paziente sempre assicurando il mantenimento dell’asse testa-collo-tronco.

3. Instaurare la pervietà delle vie aeree;

MALATTIE INFETTIVE ESANTEMATICHE.

La  parotite.

La parotite, conosciuta anche con il nome scientifico “parotite epidemica” e con i più popolari”orecchioni”, è una malattia infettiva acuta molto contagiosa.

È una delle tipiche malattie infantili, ma non è esclusa la sua comparsa anche in età adulta.

Le cause della parotite.
La causa dell’insorgere della parotite è un virus appartenente alla famiglia dei Paramyxovirus, il Mixovirus Parotidi. Il virus si trasmette prevalentemente per via aerea, mentre il contagio per contatto con oggetti contaminati è molto raro, anche se non impossibile.


Incubazione, contagiosità e durata della parotite
Il periodo di incubazione varia dai 14 ai 18 giorni, mentre la malattia ha una durata di circa 2 settimane.
La parotite è una malattia contagiosa; solitamente l’ammalato è contagioso dai 2-3 giorni precedenti all’insorgere degli orecchioni fino ai 9-10 giorni successivi. I bambini, oltre ad essere predisposti a causa della mancanza delle difese immunitarie, sono particolarmente soggetti al contagio anche perché vengono frequentemente a contatto (a scuola o in altri luoghi di aggregazione) con altri coetanei durante il periodo di incubazione.


Sintomi della parotite
La malattia si manifesta inizialmente con mal di testa, dolore ai lati del collo, sotto le orecchie, fastidio quando si apre la bocca, si mastica o si deglutisce. Talvolta si nota la comparsa di febbre.
Entro 1 o 2 giorni comincia a manifestarsi il sintomo che nel modo più evidente segnala la parotite: le parotidi (le ghiandole salivari) cominciano a ingrossarsi (da qui il termine orecchioni) e a procurare dolore. Questo ingrossamento può essere bilaterale (nel 70% dei casi) o monolaterale.
Nei casi più gravi di parotite possono presentarsi alcune complicazioni quali aumenti della febbre, forte mal di testa, vomito. Non è da escludere, inoltre, la meningoencefalite parotitica (10% dei casi), ma si tratta di solito di una complicazione a prognosi benigna.


Le cure
Non esistono medicinali adatti alla cura della parotite; la malattia scompare autonomamente dopo il regolare decorso. È però disponibile un vaccino, non obbligatorio, da somministrare verso i 15 mesi di età.
Può essere utile prendere medicinali per abbassare la temperatura in caso di febbre alta o antidolorifici per alleviare il dolore.
Per quanto riguarda l’alimentazione, è buona norma preparare cibi liquidi o semiliquidi per facilitare il bambino nella deglutizione e diminuire il dolore.

VARICELLA

La varicella è una malattia infettiva dell'infanzia molto contagiosa che colpisce soprattutto i bambini tra i 5 e i 10 anni di età. Tra tutte le malattie esantematiche dell'infanzia, la varicella è quella più facilmente riconoscibile: dopo un'incubazione molto lunga (14-21 giorni) e un breve periodo di febbre e malessere compaiono delle macchioline rosse (lievemente rialzate) sulla pelle e sulle mucose che in breve si trasformano in vescicole che contengono liquido. Nella fase conclusiva, le vescicole, seccandosi, diventano croste che si staccano spontaneamente in pochi giorni. L'esantema compare prima sul cuoio capelluto, sul viso e sul torace e poi si estende a tutto il corpo.
La varicella è frequente in tutto il mondo e solo recentemente gli Stati Uniti hanno deciso di mettere in atto una strategia vaccinale diretta a tutta la popolazione. In Italia si verificano epidemie ogni anno soprattutto nel periodo invernale - primaverile con decine di migliaia di casi di malattia.

Complicazioni
La malattia decorre generalmente senza complicazioni, tranne che nel neonato, poiché è sprovvisto degli anticorpi di questa malattia. In questi casi, anche se raramente, la malattia può complicarsi con polmonite da curare con gli antibiotici, e ancora più di rado, con malattie che possono colpire il cervello, come l'encefalite. Una complicazione minore della varicella è l'infezione batterica della pelle, causata dal continuo grattarsi del bambino. In genere è sufficiente disinfettare le vescicole con acqua ossigenata, utilizzando garze sterili. Per le donne in gravidanza è consigliato non stare in contatto con bambini che presentano questa infezione, poiché essa può essere trasmessa al feto attraverso la placenta e causare, soprattutto nel primo trimestre, complicazioni (anche se raramente). Il virus rimane latente nell'individuo che ha avuto la varicella e può riattivarsi soprattutto con l'avanzare dell'età, quando le difese immunitarie si indeboliscono, con manifestazioni localizzate alla cute, causando una malattia chiamata "herpes zoster" (il cosiddetto "fuoco di Sant'Antonio"), una dermatite dolorosa, nelle cui vescicole c'è il virus della varicella: chi non ha avuto questa infezione deve evitare quindi il contatto con il soggetto che ha l'herpes, perché attraverso esso potrebbe ammalarsi appunto di varicella.

Cura
Il pediatra non prescrive una cura specifica contro la varicella, ma eventualmente solo farmaci in grado di attenuarne i sintomi (antistaminici contro il prurito e antipiretici per la febbre). Per attenuare il prurito che provoca la manifestazione della varicella, i genitori, dopo che si sono seccate le vescicole, possono fare al bambino il bagnetto tutti i giorni, utilizzando un sapone a pH fisiologico, e asciugandolo con un asciugamano di spugna morbida, evitando di frizionare o sfregare le lesioni. È consigliabile poi applicare un latte idratante. Per evitare inoltre che il piccolo si gratti, provocandosi abrasioni che poi potrebbero infettarsi, è bene mantenere le sue unghie sempre corte.

Prevenzione
Il vaccino contro la varicella è di elevata efficacia ed è disponibile per il momento solo in forma monovalente. Nel prossimo futuro è verosimile che sia prodotto un vaccino combinato con morbillo, parotite e rosolia. In Italia non esiste una strategia vaccinale per tutta la popolazione, tuttavia la vaccinazione è raccomandata in particolare ai pazienti che soffrono di malattie del sangue come la leucemia o altri tipi di tumori. Infatti in questi pazienti le conseguenze della malattia possono essere devastanti.

MORBILLO

Che cos’è?
Il morbillo è una delle malattie infettive più comuni e diffuse nei bambini di tutto il mondo. E' maggiormente frequente tra i 3 e i 9 anni di età ed è molto contagiosa, tanto che circa il 90% dei bambini esposti al contagio, si ammala. E' provocata da un virus (genere Morbilli virus) della famiglia dei paramyxovirus. Il morbillo si trasmette solo nell'uomo. Dura tra i 10 e 20 giorni secondo il soggetto che colpisce. Una volta contratto, il morbillo conferisce un'immunità pressoché definitiva, quindi non ci si ammalerà più per tutta la vita.

Come avviene il contagio?
Il contagio avviene attraverso il contatto diretto con il bambino, attraverso le goccioline emesse con gli starnuti, la tosse. Può avvenire anche semplicemente parlando o attraverso il contatto con muco o saliva. I segni tipici del morbillo compaiono in media 10-15 giorni dopo il contagio, anche se il piccolo è contagioso già a partire dal settimo giorno d’incubazione, quando i sintomi della malattia non si sono ancora manifestati. I malati sono isolati durante il periodo di contagio.

Quando colpisce?

  • Nei paesi a clima temperato come l’Italia, colpisce i bambini verso la fine dell’inverno e a primavera

Sintomi e segni

  • Il morbillo non ha sintomi gravi. All’inizio assume i segni caratteristici di una comune influenza con tosse catarrale, naso che cola, raffreddore, malessere e spossatezza. Generalmente nei primi due-tre giorni la febbre tende ad alzarsi raggiungendo anche i 40° C, poi si abbassa e scompare e la tosse diventa meno forte.
  • Successivamente fanno la loro comparsa i primi sintomi tipici del morbillo: per esempio la congiuntivite, accompagnata a insofferenza alla luce, fastidio e bruciore agli occhi, e dei puntini bianchi sulla mucosa della bocca e del palato.
  • Dopo 3-4 giorni compare la fase esantematica vera e propria: si manifesta con macchie di colore rosa-rosso vivo, leggermente rilevate e a margini frastagliati, con un diametro variabile da due a dieci millimetri e con la tendenza a confluire in chiazze più grosse.
    Il primo giorno queste macchie compaiono sul viso e sul collo, il secondo si diffondono anche sul tronco, per arrivare nel terzo sulle gambe. In media questa fase acuta dura da quattro a sette giorni. L’esantema scompare a cominciare dal collo. A volte rimane una desquamazione della pelle per qualche giorno.
  • Dal quarto al sesto giorno le macchioline iniziano a svanire.
  • Dopo circa altri dieci giorni il bambino è guarito.

Che cosa potete fare?

  • Nel corso della malattia i genitori possono alleviare il fastidio agli occhi abbassando la luce nella cameretta e tamponando gli occhi del bimbo con una garza sterile imbevuta di acqua bollita fredda o di soluzione fisiologica
  • Inoltre è importante dare da bere spesso al piccolo, per evitare il rischio di disidratazione
  • Con la febbre alta sono poi consigliate le spugnature di acqua fredda su gambe e braccia per abbassarla
  • Va evitato di coprire troppo il bambino

Che cosa può fare il pediatra?

  • Poiché l'origine del morbillo è virale, non esiste una cura specifica. Il pediatra può prescrivere un medicinale a base di paracetamolo se la febbre supera i 38,5° C e un antistaminico se il prurito dovuto alle macchie diventa troppo fastidioso per il bambino

Il vaccino previene il contagio

  • In Italia la vaccinazione contro il morbillo rientra tra le vaccinazioni raccomandate. La prima dose di vaccino è somministrata tramite un'iniezione dopo i 12-15 mesi con un richiamo poi intorno agli 11-12 anni.
  • Fino al 6-9° mese il neonato può essere protetto dagli anticorpi che gli vengono dalla madre se questa è immunizzata
  • Attualmente il vaccino è praticato insieme con quelli contro la rosolia e la parotite (MPR). I pediatri raccomandano in genere di eseguire la vaccinazione per evitare le complicazioni che il morbillo può comportare.
  • Come per tutti i vaccini vivi attenuati, la vaccinazione non è effettuata negli individui con deficit immunitario o sotto terapia immunosoppressiva, né per precauzione, nelle donne gravide o che desiderano esserlo nei 3 mesi consecutivi.

Le complicazioni
Le complicazioni sono relativamente rare e dovute principalmente a superinfezioni batteriche

  • In un caso su sei il morbillo può determinare l'otite media e la broncopolmonite, per curare le quali il medico può prescrivere un ciclo di antibiotici
  • In un caso su mille, quindi molto più raramente, il morbillo può provocare un’encefalite, una malattia che agisce sul sistema nervoso centrale, e in tal caso occorre ricoverare il bambino in ospedale

SESTA MALATTIA

La sesta malattia (roseola infantum o esantema critico o subitum) è una malattia infettiva che colpisce esclusivamente i bambini tra i 6 mesi ed i due anni di età.

La causa

La sesta malattia è causata dall'Herpes Virus umano di tipo 6 (HHV6); nel 1990 è stato isolato l'Herpes Virus umano di tipo 7 (HHV7), capace di dare una sintomatologia del tutto sovrapponibile a quella del tipo 6.

Trasmissione

La trasmissione avviene per via rinofaringea, con starnuti o tosse e penetra attraverso le vie aeree superiori o la congiuntiva.

Periodo di incubazione

Circa 9 giorni (da 5 a 15 giorni).

Chi colpisce

Esclusivamente i bambini tra i 6 ed i 18 (max24) mesi di età. Di recente, però, sembra essere stato dimostrato un possibile contagio anche negli adulti, che si manifesterebbe con sintomi clinici vari, come sindromi epatiche e febbre remittente. Sempre più numerosi i casi in cui si manifesta negli adulti.

Contagiosità

Soprattutto durante la fase febbrile della malattia, quindi prima o contemporaneamente alla comparsa delle manifestazioni cutanee.

Sintomi e segni

Nella maggior parte dei casi la malattia decorre in forma paucisintomatica. Nei casi clinicamente manifesti si distinguono due periodi:

Periodo pre esantematico

Il periodo pre esantematico ha una durata di circa 3-4 giorni, inizia con febbre elevata, in genere sui 39-41 °C, malessere generale, raffreddore, arrossamento del faringe con mal di gola,presenza di piccole vescicole sui pilastri tonsillari, congiuntivite, irritabilità, talvolta vomito o diarrea. Frequente il meningismo con possibili convulsioni febbrili.

Periodo esantematico

Dopo 3-5 giorni, in corrispondenza con la scomparsa della febbre che avviene per crisi, compare un esantema morbilliforme o rubeoliforme che interessa prima il tronco ed il collo e successivamente si diffonde al viso e alle estremità scomparendo poi rapidamente nell’arco di 24-48 ore. In alcuni casi irritabilità e nervosismo. Negli ultimi giorni di malattia si possono avere dolori muscolari ed articolari.

Prognosi e Complicanze

La prognosi è buona uniche complicanze le convulsioni in corrispondenza delle puntate febbrili nei bambini predisposti.

Terapia

La terapia è solo di supporto. Antibiotico utile successivamente solo per curare eventuali complicazioni all'apparato respiratorio, per scongiurare le quali bastano i normali accorgimenti come evitare le correnti d'aria ed ossigenare l'ambiente. Si somministrano antifebbrili come paracetamolo in supposte (tachipirina in base all'età, distanza minima di somministrazione 3 ore solo per febbri superiori a 39 °C) e/o sciroppo di ibuprofene (nureflex in base al peso, distanza minima di somminstrazione 8 ore, 4 ore dal paracetamolo). Se la terapia non abbassa la febbre sotto i 41 °C potrebbero aiutare poche gocce di metamizolo (rischio collasso, novalgina 4 gocce dopo almeno 1 ora dal paracetamolo, sospendere ibuprofene) sotto stretto controllo medico. Idratare il bambino è fondamentale. Se compaiono le convulsioni febbrili non si utilizzano anticonvulsivanti. La terapia è comunque abbassare la temperatura corporea con ghiaccio in testa (crioterapia), spogliare il bambino anche del pannolino se possibile, poiché alza la temperatura di 1 °C (utilizzare quelli di stoffa), spugnature con acqua e aceto, e poi fare controllare il bambino da uno specialista, soprattutto in caso compaiano convulsioni. Se la crisi epilettica si manifesta in assenza di febbre o dura più di venti minuti (stato di male epilettico), se disponibile somministrare diazepam 0.8 mg/Kg per via rettale o endovenosa, e portare il bambino al pronto soccorso più vicino.

PERTOSSE

E’ una malattia infettiva di origine batterica molto contagiosa, causata dal batterio Bordetella pertussis. Un altro batterio della stessa famiglia, il Bordetella parapertussis, è all’origine di una malattia simile, la parapertosse, che si manifesta però con sintomi più lievi. Viene annoverata fra le malattie infantili, come la rosolia, il morbillo, la varicella e la parotite, e colpisce prevalentemente bambini sotto i 5 anni.
L’uomo è l’unico serbatoio noto del batterio, di conseguenza la trasmissione della malattia avviene solo fra esseri umani.
Un adeguato trattamento antibiotico permette la guarigione in una quindicina di giorni.
L’immunità conferita da una prima infezione non è definitiva come per le altre malattie infantili, ma declina col tempo.
La pertosse è diffusa in tutto il mondo, ma è diventata assai rara, specie nei paesi in cui è stata introdotta la vaccinazione generalizzata nell’infanzia. Oggi il 90 per cento dei casi di pertosse si registrano proprio nelle popolazioni in cui non viene effettuata la vaccinazione, e in questi casi la pertosse può portare a una mortalità elevata nei bambini.
Nelle popolazioni vaccinate, si è osservato un ritorno della pertosse a causa della perdita progressiva di immunità e, in effetti, quando è stato introdotto il vaccino 30 anni fa, non venivano utilizzate le dosi di richiamo.
In Italia la pertosse viene obbligatoriamente notificata alle autorità sanitarie. Per vedere le statistiche sull’incidenza della malattia per regione clicca qui.

Sintomi e diagnosi
Il batterio della pertosse causa infezioni alle vie respiratorie che possono essere inapparenti, ma anche estremamente gravi, specie quando il paziente è un neonato.
La pertosse si caratterizza per una tosse persistente (per più di tre settimane). L’esordio della malattia si manifesta con una tosse lieve, accompagnata da qualche linea di febbre e copiose secrezioni nasali (fase catarrale: dura da 1 a 2 settimane). Progressivamente la tosse diventa parossistica e si associa a
difficoltà respiratorie (fase convulsiva o parossistica che può durare più di 2 mesi in assenza di trattamento). In seguito a parossismi, si possono verificare anche casi di apnea, cianosi, oppure vomito. Nei bambini piccoli, le complicazioni più gravi sono costituite da sovrainfezioni batteriche, che possono portare a otiti, polmonite, bronchiti, o addirittura affezioni neurologiche (crisi convulsive, encefaliti). I colpi di tosse possono anche provocare delle emorragie sottocongiuntivali e nel naso.
Nel neonato e nei bambini al di sotto di 1 anno, la pertosse può essere molto grave, addirittura mortale e, sfortunatamente, contrariamente ad altre malattie infettive, può colpire anche i neonati di madre immune. Sembra infatti che gli anticorpi materni che costituiscono le loro prime difese non siano in grado di proteggerli contro questa infezione.
La conferma della diagnosi si ha principalmente isolando il batterio responsabile, a partire da un’aspirazione nasofaringea.

Incubazione e terapia
Il periodo di incubazione è di circa 10 giorni. La pertosse è altamente contagiosa, soprattutto nel periodo iniziale, prima dell’insorgenza della tosse parossistica. Dopo tre settimane dall’inizio della fase
iniziale, prima dell’insorgenza della tosse parossistica. Dopo tre settimane dall’inizio della fase parossistica, nei pazienti non trattati il contagio si considera trascurabile. Invece nei pazienti trattati con
antibiotici, il periodo di infettività è ridotto a circa 5 giorni dall’inizio della terapia.
Il contagio avviene per via aerea, probabilmente attraverso goccioline di saliva diffuse nell’aria quando il malato tossisce.
La terapia consiste di antibiotici, spesso l’eritromicina. Se l’antibiotico viene preso prima della fase parossistica, abbrevia il tempo di contagiosità e la durata della malattia, ma i sintomi non sempre vengono ridotti.
Per alleviare i sintomi, vengono prescritti anche antitussivi, sedativi, antispasmodici.

Prevenzione
Il vaccino si basa su batteri interi inattivati dal calore. E’ spesso associato con il vaccino antidifterico e antitetanico (DTP).
In Italia la vaccinazione non è obbligatoria. Viene raccomandata nei bambini a partire dal compimento della 8° settimana di vita assieme alle altre componenti contenute nel vaccino esavalente. Vengono poi eseguite una dose al 5° mese ed una successiva al 12°-13° mese di vita. Una dose di richiamo (associata con le componenti contro la difterite e la pertosse - DTaP) viene eseguita nel sesto anno e un’altra a 14 anni (tetano, difterite a ridotto contenuto di anatossina e pertosse - Tdap). I vaccini utilizzati sono detti acellulari: in questi non compare il batterio intero, ma solo qualche proteina batterica, capace comunque di attivare il sistema immunitario. I vaccini acellulari sono efficaci e hanno il vantaggio, rispetto a quelli del passato, per essere meglio tollerati.

ROTAVIRUS

La gastroenterite da rotavirus è una malattia diffusa in tutto il mondo. In Europa e nel resto delle zone temperate del pianeta, il virus si presenta con picchi di incidenza stagionale che, alle nostre latitudini, si verificano nel periodo invernale tra novembre e marzo. Nei Paesi tropicali si possono verificare picchi di incidenza, ma il virus è presente sostanzialmente tutto l'anno.

Il rotavirus è presente nell'ambiente in 6 diverse specie ed è la causa più comune di gastroenteriti virali fra i neonati e i bambini al di sotto dei 5 anni. In particolare, nei bambini molto piccoli (tra i 6 e i 24 mesi) il virus può causare una diarrea severa e disidratazione. Il virus esiste in diverse forme, ma l'infezione è pericolosa solo quando provocata dai rotavirus A (e in misura minore da quelli B e C). L'aver contratto il virus una volta non dà immunità sufficiente, anche se le infezioni che si contraggono negli anni successivi e in età adulta tendono a presentarsi in forma più leggera.

Nei Paesi occidentali, la gastroenterite da rotavirus non è una malattia letale, ma può dare complicanze anche molto gravi nelle persone anziane e in quelle immunocompromesse. Nei Paesi del Sud del mondo, al contrario, causa la morte di almeno 600 mila bambini ogni anno per diarrea, secondo le stime dell'Organizzazione mondiale della sanità che considera la malattia una vera e propria emergenza sanitaria.

Come si trasmette

La principale via di trasmissione del virus è quella oro-fecale, ma qualche volta la diffusione può avvenire anche per contatto e per via respiratoria. Poiché il virus è stabile nell'ambiente, la trasmissione può avvenire attraverso l'ingestione di acqua o cibo contaminato o a causa del contatto con superfici contaminate.

La diffusione da persona a persona attraverso la contaminazione delle mani è probabilmente la più diffusa negli ambienti comunitari, in particolare negli asili nido. Nelle mense e negli altri luoghi destinati a ristorazione collettiva, il rotavirus può essere trasmesso quando un operatore che ha contratto l'infezione maneggia alimenti che non richiedono la cottura, come per esempio insalata, frutta e altre verdure fresche, senza lavarsi accuratamente le mani.

Sintomi e diagnosi

La malattia ha un periodo di incubazione di circa due giorni, dopo i quali insorgono febbre, disturbi gastrici, vomito e diarrea acquosa per 3-8 giorni. Nella maggior parte dei casi, quando si sviluppa una forma blanda di diarrea, i malati guariscono senza alcun trattamento. Tuttavia, una diarrea acuta può portare a disidratazione grave dell'organismo, una condizione che rischia di essere letale senza un intervento adeguato.

La diagnosi viene effettuata ricercando antigeni specifici del rotavirus all'interno di campioni fecali prelevati dal paziente. Il ceppo coinvolto può essere ulteriormente caratterizzato tramite saggi immuno-enzimatici o molecolari, ma si tratta di analisi che non vengono effettuate comunemente.

Prevenzione e trattamento

Non esistono misure efficaci per eliminare completamente l'infezione da rotavirus o la sua diffusione. Lavarsi le mani con il sapone o con altri detergenti non uccide il virus, ma può limitarne la diffusione. Per prevenire la diffusione delle malattie diarroiche in generale è fondamentale mantenere buone condizioni igieniche sia a casa che negli asili nido e in tutti gli ambienti collettivi dove vivono persone soggette a maggior rischio, come gli anziani o gli immunodepressi.

Se la malattia viene contratta, il pericolo maggiore è che si sviluppi una forma grave di diarrea con conseguente disidratazione, specialmente nei bambini piccoli o negli anziani. In questo caso, l'organismo perde quantità eccessive di acqua e di sali e non riesce a ristabilirle. I segni della disidratazione sono chiari: ridotta produzione di urina, sete eccessiva, secchezza della bocca e sonnolenza insolita.

In media, circa 1 bambino su 40 necessita del ricovero in ospedale per la somministrazione di fluidi per via endovenosa, ma di solito il trattamento è aspecifico e consiste nella reidratazione per via orale per compensare la perdita di liquidi. È proprio la difficoltà di reidratare con abbondanti quantità di acqua sicura e pulita il principale rischio per la vita di molti bambini del Sud del mondo.

LE VACCINAZIONI OBBLIGATORIE

La vaccinazione consiste nella somministrazione di un vaccino sia a scopo profilattico (vaccinoprofilassi) che a scopo terapeutico (vaccinoterapia).

La vaccinoprofilassi è un tipo di vaccinazione effettuata per creare uno stato immunitario nei confronti di una o più malattie. La sua efficacia è in relazione alla sua estensione nei confronti della popolazione, essa è assoluta solo nel caso in cui tutta la popolazione che si vuole proteggere sia stata vaccinata.

A causa dei costi di una vaccinazione di massa, essa viene praticata per malattie infettive con morbilità e/o mortalità elevata e contro cui non esistano altri metodi profilattici.

La vaccinoterapia è un tipo di vaccinazione effettuata a scopo terapeutico contro una malattia, quando questa è già in atto, con lo scopo di potenziare gli anticorpi dell'organismo.

Alcune vaccinazioni sono state rese obbligatorie per legge, mentre altre sono assiduamente consigliate dai medici territoriali.

Per rendere le vaccinazioni più efficaci vengono stilate successioni cronologiche riassunte nel calendario vaccinale preparato dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali che riguarda principalmente le vaccinazioni in ambito pediatrico

Vaccini specifici

Poliomielite

La storia della vaccino per la poliomielite è lunga e di particolare interesse. Nel 1957 è stato introdotto il vaccino a virus ucciso tipo Salk (somministrato per via intramuscolare); nel 1964 è stato introdotto un vaccino a virus vivo attenuato tipo Sabin (somministrato per via orale). Con l'uso del vaccino tipo Sabin c'era la possibilità di eliminare con le feci un virus vivo attenuato con lo scopo di mettere in circolo una popolazione virale a bassa virulenza in modo da poter ottenere un'elevata copertura vaccinale di massa, anche nei confronti degli individui che per svariati motivi non erano stati vaccinati (ad esempio gli immigrati). Nel 1966 nasce la legge sull'obbligatorietà della vaccinazione anti-polio di massa per i nuovi nati nel primo anno con vaccino tipo Sabin, anche in considerazione della frequenza della malattia in questi anni.

Non vengono vaccinati i seguenti casi:

  • immunodeficienza congenita (umorale, cellulo-mediata e combinata)
  • infezione da HIV
  • in terapia immunosoppressiva (farmaci o radiazioni)
  • conviventi di immunodepresso primitivi o secondari
  • donne in stato di gravidanza
  • individui oltre i 18 anni non immunizzati in precedenza

Quando il rischio di comparsa di VAPP è stato superiore al rischio di comparsa della malattia da virus selvaggio, è stato tassativo modificare il sistema di profilassi sostituendo l'OPV con l'IPV; per questo si decise di reintrodurre il vaccino tipo Salk. Siccome l'Italia è geograficamente vicina ad aree in cui ci sono state epidemie (come l'Albania) o comunque ad aree in cui sono presenti casi di polio e da cui proviene una elevata immigrazione, c'è stato un ritardo nell'introduzione del vaccino IPV. Il passaggio da OPV a IPV è avvenuto gradualmente, con l'introduzione nel 1999 di uno schema sequenziale 2 dosi di IPV seguite da 2 dosi di OPV (prima si somministra l'IPV perché il rischio di VAPP associato all'OPV è maggiore nelle prime dosi). I risultati con questo schema sono stati molto buoni: dal 1980 al 1994 già con l'uso solo di OPV ci sono stati solo 8 casi di VAPP per anno, mentre dal 1996 in poi quando è stata introdotta la raccomandazione per l'uso dello schema sequenziale i casi di VAPP sono ulteriormente crollati (nel 1997 5 casi di VAPP, nel 1998 1 solo). Nel 2002 si è passati al solo uso di IPV e questo è avvenuto in concomitanza alla disponibilità su tutto il territorio nazionale dei vaccini esavalenti.

Difterite

Causata da ceppi tossigeni (produttori di tossina) di C. diphtheriae. La faringite difterica è un'impegnativa faringite pseudomembranosa associata ad un'importante adenopatia satellite. La localizzazione faringea non pone particolari problemi legati al distretto interessato ma, a causa dell'abbondante vascolarizzazione che permette il passaggio in circolo della tossina, è la forma più spesso seguita da complicanze a distanza.

Le complicanze della difterite riguardano:

-miocardio: tachicardia, ipotensione, ritmo da galoppo, disturbi del ritmo (fibrillazione atriale, battiti prematuri ventricolari, tachicardia ventricolare, fibrillazione ventricolare). Di solito ha un'evoluzione benigna, ma quando il riassorbimento della tossina è notevole può condurre a shock cardiogeno e a morte.

-sistema nervoso periferico: paralisi precoci che solitamente interessano il nervo glossofaringeo (paralisi del velo pendulo, disturbi della fonazione come voce nasalizzata, reflusso di liquidi nel naso durante la deglutizione) e paralisi tardive che possono interessare sia i nervi cranici che spinali.

-rene: oliguria, proteinuria ed ematuria.

Il vaccino anti-difterite contiene tossoide difterico inattivato con formaldeide. Gli individui vaccinati possono essere infettati dal C. diphtheriae ma le manifestazioni sistemiche della difterite non insorgono. Il vaccino attualmente si trova incluso nella formulazione esavalente, mentre per i richiami successivi, da eseguirsi ogni 10 anni, il vaccino è somministrato insieme a quello anti-tetanico (TD) e ha un contenuto antigenico ridotto.

Gli effetti collaterali sono pochi e di modesta importanza e comprendono:

-10% effetti locali (= eritema, tumefazione) francamente diminuiti con la possibilità di somministrazione dell'esavalente;

-reazioni sistemiche (= febbre modesta, sintomi similinfluenzali);

-reazioni di ipersensibilità.

Va tuttavia segnalato che la vaccinazione anti-difterite è stata, negli ultimi anni, correlata all' insorgere della sclerosi multipla, come segnalato dai seguenti articoli apparsi su riviste scientifiche:

"Antidiphtheria as a factor precipitating multiple sclerosis" ("Prensa Med. Argent.", 29 luglio 1966) e "Guillane-Barre' sindrome after combined tetanus-diphtheria toxoid vaccination" ("J. Neurol. Sci", 15 aprile 1997).

(fonti verificabili!).

Pertosse

È un'infezione batterica acuta dell'albero tracheobronchiale, causata da Bordetella pertussis, un batterio gram negativo, immobile e asporigeno, che nel soggetto non immune si manifesta con un quadro tipico di accessi di tosse spasmodica. La gravità della malattia è accentuata nel primo anno di vita soprattutto nei primi mesi, dove la mortalità è elevata. Senza dubbio però la malattia è diffusa anche nei bambini in età prescolare e adolescenziale, che di per sé non hanno un rischio di morte ma la possono attaccare ai fratellini. Da un punto di vista vaccinale, c'è la necessità di coprire soprattutto il primo anno di vita, ove si concentra il 70% dei decessi. Alcuni paesi come gli stati uniti, la Germania, l'Inghilterra e molti altri paesi europei preferiscono adottare una scheda vaccinale che copre già dal 2° mese di vita (2°-4°-6° mese e poi un richiamo successivo al 12°-15° mese); in Italia e nei Paesi scandinavi vengono fatte solo 3 dosi partendo dal 3° mese.

Esistono due tipi di vaccino: il vaccino a cellule intere e quello acellulare. Il primo, tuttora usato in alcuni paesi ad esempio in Scandinavia, ha un'efficacia protettiva dell'80% circa, che si riduce al 50% dopo 3 anni. Determina con discreta frequenza reazioni locali e febbre moderata, più di rado febbre elevata, convulsioni, modificazioni dello stato di coscienza, pianto persistente e stridulo; le complicanze neurologiche gravi, costituite da un'encefalopatia con sequele permanenti, sono molto rare. Il vaccino acellulare, attualmente usato in Italia e negli USA, contiene frazioni antigeniche purificate, ha un'efficacia protettiva che si avvicina all'85% ed è assai meglio tollerato del preparato a cellule intere.

Epatite B

Ha una diffusione importante soprattutto in Asia, Sudamerica e Africa. Più di 2 miliardi di persone attualmente viventi hanno subito un'infezione da HBV; circa 350 milioni sono infetti cronicamente; circa 1 milione di morti l'anno sono dovute all'epatite B; la cirrosi e l'epatocarcinoma insorti in presenza di un'epatite cronica B sono tra le principali cause di morte in molte parti dell'Africa, dell'Asia e della regione del Pacifico. La trasmissione della donna con positività per l'antigene HBs è particolarmente elevata se è positiva anche per l'antigene HBe (la percentuale di nati infetti, se non adeguatamente trattati sale al 90%); in ogni caso se la donna è HBe negativa la percentuale di trasmissione è del 20%. Indipendentemente dall'antigene HBe, e in considerazione del fatto che la trasmissione del virus avviene al momento del parto per contatto con sangue materno e secreti vaginali e non durante la gravidanza, la prevenzione per il neonato si attua attraverso la somministrazione entro le 48 ore di vita di 200 IU (International units) intramuscolo di immunoglobuline anti-HBsAg specifiche (HBIG) e di una dose di vaccino i.m. entro la prima settimana di vita. Successivamente il bambino riceverà come tutti gli altri la dose di esavalente. Il vaccino contro l'epatite B è disponibile dal 1982; il primo vaccino veniva preparato usando il plasma di individui HBsAg positivi; il secondo vaccino è preparato attraverso la tecnologia del DNA ricombinante ed è quello usato attualmente. Dal 1991 il vaccino contro l'epatite B viene somministrato per legge a tutti i nuovi nati negli stessi tempi (3°, 5° ed 11° mese di vita) in cui essi ricevono le altre vaccinazioni obbligatorie contro la difterite, tetano e la poliomielite (Schema Piazza). La legge ha imposto la vaccinazione anti epatite B anche ai dodicenni solo dal 1991 al 2003. Questa strategia vaccinale ha dato i suoi frutti, in quanto i nuovi casi di malattia sono diminuiti notevolmente.

In individui sani, la durata dell'immunizzazione è almeno di 15-20 anni. Il vaccino dà lievissimi e non costanti effetti collaterali.

Haemophilus influenzae di tipo B

Haemophilus influenzae è un microrganismo che determina un ampio spettro di patologie: molto comuni sono le infezioni delle mucose quali otite media, sinusite, bronchite, congiuntiviti, polmoniti, infezioni del tratto urinario; di solito non danno luogo a sepsi e quindi non sono pericolose per la vita. Le patologie invasive gravi avvengono soprattutto nei neonati e in generale nei bambini al di sotto dei 5 anni di età. Le più importanti patologie invasive sono meningiti, epiglottiti e polmoniti settiche; Dalla seconda metà degli anni '80 furono disponibili vaccini polisaccaridici; essi hanno la caratteristica di non stimolare l'immunità dipendente dai linfociti T. Successivamente, il polisaccaride capsulare è stato coniugato ad una proteina di trasporto: quest'ultima viene riconosciuta dalle cellule T e stimola la risposta immunitaria T-dipendente, col vantaggio di aumentare la produzione di anticorpi, soprattutto nei bambini più piccoli.

Una volta che il vaccino è stato introdotto, c'è stato un drastico calo a livello mondiale delle patologie: se prima i casi da patologie invasive da H. influenzae erano intorno ai 15-30 casi per 100000 soggetti per anno, si è scesi a un'incidenza annua di meno di 1 caso per 100000 individui, che è un dato estremamente rincuorante. L'efficacia del vaccino è superiore al 90%. Gli effetti collaterali sono molto rari:

-reazioni locali e sistemiche lievi nel 5-30% dei vaccinati

-rare le reazioni di ipersensibilizzazione

-reazioni locali e sistemiche più severe sono estremamente rare, avvenendo più che altrodopo la quarta dose

Visto che l'obiettivo del vaccino è coprire i primi cinque anni di vita in cui c'è maggiore rischio di patologie invasive, non si eseguono richiami dopo il 5° anno di età quando viene somministrata la terza dose.

Morbillo

È una malattia infettiva acuta altamente contagiosa causata da un virus appartenente alla famiglia dei Paramyxoviridae, genere Morbillivirus.

Il problema del morbillo è legato alla frequente presenza di complicanze:

-7-9% otite media

-1-6% polmonite, sia virale che batterica

-6% diarrea

-0,10-0,01% encefalomieliti

-0,001% panencefalite sclerosante subacuta (PESS)

-0,001-10% mortalità

Il vaccino disponibile è un vaccino a virus vivo attenuato; in questi tipi di vaccino ci può essere una simulazione della malattia, in questo caso rialzo termico o interessamento delle mucose, raramente il rash cutaneo. Questi sintomi non compaiono, come nel caso dei vaccini a virus inattivato, dopo qualche ora dalla somministrazione, ma dopo 6-7 giorni e durano qualche giorno. Ciò di per sé non è grave, ma bisogna allertare le famiglie soprattutto se il bambino soffre di convulsioni febbrili, in modo da poter preventivamente somministrare qualche dose di paracetamolo. L'altra cosa importante è che il vaccino si inattiva mediante ripetute crescite in colture di fibroblasti di uova embrionate; ciò suggeriva la possibilità che vi potessero essere reazioni avverse nei soggetti allergici all'uovo, ma quest'ipotesi è stata smentita perché la quantità di antigene dell'uovo presente è talmente bassa da non destare preoccupazioni. Al limite nei casi in cui ci sono state reazioni anafilattiche in seguito a pregresse assunzioni di uovo (e già questo è molto raro perché l'uovo viene digerito e non assorbito in quanto tale), somministreremo il vaccino in ambiente ospedaliero. L'unica indicazione alla vaccinazione in ambiente protetto è l'anafilassi.

Il 95% dei soggetti sviluppano immunità dopo 1 dose di vaccino, il 99% dopo la seconda dose; il vaccino è molto efficace, garantendo una copertura vaccinale duratura per tutta la vita del paziente.

Parotite

La parotite è una malattia infettiva contagiosa, di eziologia virale (il virus appartiene alla famiglia dei Paramyxoviridae), che si manifesta tipicamente con un ingrossamento delle ghiandole parotidi; può avere un decorso asintomatico o interessare numerosi organi e apparati.

Esistono delle complicanze ma sono soprattutto evidenti in età puberale (nel maschio orchite o epididimite, prostatite e nelle femmine mastite, ooforite, tiroidite di De Quervain). Complicanza comune è anche la pancreatite, anche se non è nota la reale incidenza di questa complicanza: una certa congestione d'organo è probabilmente molto frequente, mentre rare sono le forme conclamate. Una cosa più comune nel bambino (1-10% dei casi) è la cerebellite (che si manifesta con deambulazione a base allargata) associata o meno a un'encefalite (con una compromissione neurologica più evidente). Il vaccino anti-parotite è un vaccino a virus vivo attenuato. Un tempo si utilizzava un ceppo di virus inattivato che poteva dare, anche se raramente e in maniera blanda, una meningite a liquor limpido che aveva risoluzione spontanea. Oggi ovunque si usa un altro ceppo, che è quello che assicura rispetto ad altri ceppi vaccinali la maggior efficacia e minor effetti collaterali. Il vaccino è somministrato dopo l'anno, con la possibilità di eseguire il richiamo al 5-6° anno.

Rosolia

La rosolia è una malattia infettiva moderatamente contagiosa, di eziologia virale (il virus appartiene alla famiglia dei Togaviridae), che si manifesta tipicamente con un esantema maculopapuloso e con tumefazioni linfoghiandolari. Se contratta in gravidanza può configurare nel nascituro il quadro della rosolia congenita. Il vero problema è quello della prevenzione della rosolia congenita, e quindi di avere donne in età fertile tutte coperte contro la rosolia. Qualche anno fa si eseguiva il vaccino in tutte le bambine a 11 anni di età a scuola, ma è stata una politica fallimentare perché non veniva eseguita dappertutto. La strategia di vaccinazione sulle bambine non ha funzionato, quindi attualmente il calendario vaccinale antirosolia segue quello della vaccinazione anti-morbillo: con 2 dosi di vaccino si riesce ad assicurare un'ottima copertura vaccinale.

Ultimo aggiornamento Giovedì 21 Ottobre 2010 08:25  
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